La stagione …della Caccia
Scritto da Cusenza Donato
Da dove nasce questa passione ...che sopravvive in ogni tempo?
a cura di Matteo Coco
Impagabili sono certi tramonti che scorgi tra la boscaglia fitta del Gargano dove tra i rami s’impiglia il biancheggiar della recente luna e non v’è romanticismo che tenga, ma tutto è vera realtà. Così, come al solito tra qualche polemica, parte la stagione della caccia.
Il cinghiale o il maiale nero è la preda più ambita, ma anche le beccacce e le tante altre specie di volatili che allignano nei nostri boschi sono buoni per un ultimo boccone di pranzo «reale» che si concretizza nei cosiddetti «banchetti di chiusura». L’atmosfera è serena e festosa. I cacciatori, quelli veri (non quelli di frodo o bracconieri) amano la «natura» e il mondo animale più di tanti altri che si definiscono contrari alla loro «legale» attività.
Talvolta è di una infinita smodata passione l’amore che portano verso i cani che li accompagnano e che loro chiamano coi più svariatiappellativi (Raimondo, Stellina, Billy, Sara,Brina, Ola, Zampa, Jerry, Jhonny, Brico, Black, Lajka, Tommy, Linda, Igor, Puffetta, Neretta, Scintilla, Seppe, Bimba e tanti altri, un vero esercito di amici fedeli all’uomo di cui sarebbe utile indagare proprio l’origine dei nomi, dovuti a circostanze, luoghi, caratteristiche fisiche etc.) che accarezzano, nutrono e si preoccupano di difendere (insieme a tante specie protette che tassativamente loro non toccano) e anche il Circolo, quasi sempre, intestato alla mitica dea della caccia, è simbolo e specchio di quel mondo che rispetta uomini e cose naturalmente così come na turale è per l’uomo essere cacciatore e come la storia della caccia stessa dimostra: «Per l'uomo la caccia viene prima di tutto. Dal punto di vista cronologico, uccidere animali per mangiarseli, e per rivestirsi delle loro pelli, è, infatti, un evento che precede sia l'agricoltura che la pastorizia (…).Il bisogno di catturare animali spesso molto più grossi di loro obbligò i nostri progenitori a imparare a collaborare: si andava a caccia in gruppo, dividendosi i compiti a seconda delle abilità: chi era bravo a individuare le orme, chi a seguirle, chi sapeva stanare la preda, chi la sapeva colpire con precisione» e così è ancora oggi…

Ma «cos’è che spinge un cacciatore a svegliarsi la mattina presto, prima del sorgere del sole, mentre la città ancora dorme, ad imbracciare il suo fucile, fare una carezza al suo cane e ad avventurarsi insieme a lui tra le mille voci del bosco? Da dove nasce quella passione che sopravvive in ogni tempo e fa vibrare delle stesse emozioni una “popolazione” così variegata e multiforme? Quali sono le caratteristiche distintive della personalità del cacciatore?» una risposta, noi del Gargano, ce la dovremmo avere, così come tanti: «la caccia favorisce lo spirito di aggregazione, è un’occasione di incontro e di scambio con altri appassionati, ma rappresenta anche uno spazio intimo denso di immagini, suoni, odori e sapori che rievocano ricordi del passato, i propri affetti, le proprie radici». Solo così, mi son detto scrivendo, si può parlare di caccia e partecipare a una delle amichevoli serate dei cacciatori («Diana 1», San Marco in Lamis), anche quando non c’è pesca o cacciagione e, magari, si sta insieme per il gusto di ascoltare le loro storie, per capire quel mondo di «emozioni legate non solo all’atto della caccia in sé, ma a tutta la cornice che include i rituali, gli oggetti, i luoghi, le relazioni con i propri compagni di viaggio, gli altri cacciatori e i cani».
E se il nostro Gargano è quotidiano, come quei paesaggi, quelle emozioni, quelle notti o quei tramonti «la passione per la caccia (…) rappresenta un’eredità culturale che nella maggior parte dei casi si tramanda» dai vecchi ai giovani verso i quali «i preparativi, i linguaggi, i racconti mitici, rappresentano elementi di mediazione e di trasmissione di valori e modelli educativi da una generazione all’altra».
E tutto questo vuol dire appropriarsi del nostro territorio e sostenere la costruzione di una solida identità garganica.
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