Sabato 19 Maggio 2012
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La fava del Gargano

La fava del Gargano

Scritto da  Cusenza Donato
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a cura di Pasquina Sacco

I nostri piatti non sono solo la soddisfazione di un bisogno; contengono la nostra storia, la nostra intelligenza, i desideri, le ambizioni, le emozioni, i tentativi disperati per la sopravvivenza.

Seduti a tavola si può scoprire un popolo pi ù che da un libro di storia.

Fino alla metà del ‘900, la fava, soprattutto essiccata, ha occupato un ruolo centrale nell’alimentazione popolare garganica. Dal prezzo accessibile e facile da reperire, rappresentava l’unico sostentamento per gli indigenti che non riuscivano a saziarsi di pane. Si cucinava nei modi più vari: con verdura selvatica

o coltivata, con cipolle, patate, zucca, pasta casereccia, a purea, a pancotto, a «pùjine», abbrustolite, fritte e «crètte». Il solo accennare alla fava garganica riporta a Carpino la cui fava, piccola, tenera e amorevole è stata da sempre prodotto di punta nell’economia del paese; famosa in tutto il circondario per le sue qualità. Nei tempi andati, era un bel vedere di compratori di fave che animavano le strade del paese; alcuni arrivavano dalle province limitrofe. Deliziosa era, ed è, la fava coltivata nella così detta «Piana di Carpino» grazie al microclima e ai terreni argillosi, ricchi di calcio. Oggi Presidio Slow Food.

 

E il Gargano, grazie alle fave, sconfinava il suo territorio e si metteva in contatto con il mondo. La fava, sul Gargano, era apprezzata anche per le sue qualità nutrizionali e igienico farmacologiche. Per rimettersi in salute bisognava mangiarne in quantità. Aveva fama di essere diuretica, afrodisiaca, buona per l’intestino ed emostatica: con un seme sbucciato si comprimevano le piccole ferite, anche quelle provocate dalle sanguisughe nel trattamento della polmonite.

 

 

Secondo alcuni retaggi di «magia simpatica», richiamando il grembo materno, aiutava la fertilità della donna. Per curare il mal di testa, le due metà di un seme sbucciato si attaccavano con la saliva alle tempie. Un seme abbrustolito, succhiato e masticato lentamente, serviva ad attenuare i crampi della fame e il mal di stomaco.

Caricato di virtù magiche, al legume erano legati anche riti terapeutici e propiziatori. Per eliminare i porri bisognava buttare una fava in un pozzo posto su una strada mai percorsa. Per i brufoli e le escrescenze, invece, bastava fare delle croci con un baccello sulla parte interessata. Le piantine di fave che a Natale si mostravano ben avviate presagivano un’ottima annata per olive e mandorle. La raccolta di un baccello con sette semi auspicava buona fortuna.

Si racconta che nella notte di San Giovanni le ragazze da marito potevano prevedere la loro sorte. Alla sera delle vigilia, si mettevano sotto il cuscino tre fave: una intatta, una mezza sbucciata, l’altra, sbucciata del tutto. Al mattinose ne pescava una a caso.

La fava intatta indicava buona sorte e ricchezza, con mezza buccia, vita benestante ma senza lusso, senza buccia, cattivo auspicio, povertà. La fava del Gargano, intrisa di valore simbolico e immaginario, appare in alcune ricorrenze sacre o devozionali: in stretta relazione con le emozioni, era oggetto, nel passato, di una sacralizzazione particolare. Mezzo efficace per mettersi in contatto con il mondo dell’aldilà e chiedere a santi e defunti, grazia e protezione. Carica di valore mistico, era cibo monacale, tipico dei giorni di digiuno: significava la continenza dalla lussuria e la mortificazione del corpo.

Nel culto di santa Lucia, ancora oggi nel Gargano, si benedicono le fave arricciate o «crètte», consumate e distribuite come atto didevozione, penitenza e difesa contro le malattie.

L’origine di questa costumanza è da ricercare, per alcuni, nelle fave mangiate dalla santa durante la sua prigionia, per altri, nei Saturnali che i romani celebravano alla fine dell’anno e che con il passare dei secoli si sono mescolati a riti cristiani ricorrenti nello stesso periodo. Le fave, versatili e benefiche, erano anche cibo di rito per la commemorazione dei defunti. In linea con le antiche celebrazioni mortuarie egizie, greche e romane, si credeva mettessero in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei trapassati.

Associate ai morti, evocavano timori per la propria sorte; si pensava avessero in sé una qualche influenza contaminatrice, ed è per questo che si circondavano di magico e si cuocevano per farne omaggio ai poveri in suffragio delle anime dei defunti, e assicurarsi la loro protezione.

Tutto della fava, nell’immaginario popolare del passato, era carico di mistero e paura; si diceva a causa delle lunghe radici capaci di perforare il terreno fino ai mondi sotterranei delle divinità degli inferi; per il suo fiore bianco, maculato di nero le cui macchie ricordano il «Tau», l’iniziale della parola «Tanatos» (morte). Oggi si è più inclini a credere che fosse in relazione al favismo: una grave malattia, scoperta nell’800. Il solo contatto con le fave, soprattutto fresche, può provocare in alcuni individui carenti di un enzima dei globuli rossi, il cui gene corrispondente è «G6PD», crisi emolitiche e una grave forma di anemia che possono portare alla morte in poche ore. Benché temuta, la fava nel Gargano e in tutta l’area mediterranea non ha mai smesso di essere consumata. Probabilmente i nostri padri, malgrado l’ignoranza, riuscirono ad intravedere in essa virtù farmacologiche utili alla sopravvivenza di intere popolazioni. Attenendosi agli studi recenti, oltre a fornire proteine vegetali in abbondanza, pare abbia favorito una maggiore resistenza alla malaria, per secoli una minaccia reale e costante. Per le elevate quantità di «L Dopa» (soprattutto nella fava fresca) risulta efficace contro il morbo di Parkinson e contribuisce a tenere sotto controllo i livelli di glucosio e colesterolo

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