Sulla soglia della storia
Scritto da Cusenza Donato
a cura di Maria Antonia Ferrante
EVA: progenitrice di tutte le donne

Il Tavoliere e il Gargano sono stati intensamente occupati, a partire dalla fine del VII millennio a.C. La struttura di queste zone, alcune pianeggianti, altre in prossimità del mare, l’abbondante quantità di acqua dovuta ad aree paludose e alla presenza di fiumi, la temperatura caldo-umida e la quantità di terreni boschivi, hanno incrementato lo stanziamento in villaggi più o meno estesi. Alla fine della seconda guerra mondiale, un ufficiale dell’aviazione britannica (J.S.O. Bradford), osserva dalle foto, da lui scattate a scopo militare, delle macchie particolari. Il controllo permette di individuare la presenza di villaggi: forse più di un migliaio. La scoperta del militare inglese intensifica i lavori di scavo, già da tempo avviati, a opera di insigni archeologi. In tempi più recenti, le successive campagne di scavo si devono a Salvatore Puglisi, Santo Tiné, Alessandra Manfredini, Selene Cassano, Alberto Cazzella e Maurizio Moscoloni.

È impossibile elencare e descrivere tutti i risultati degli scavi condotti sui villaggi frutto dell’aumentata capacità umana di sfruttare le risorse ambientali e alle sempre più articolate forme di scambio. La cultura si espande attraverso i prodotti materiali, soprattutto attraverso quelli ceramici che, caratterizzati dallo stile della forma e della decorazione, sono per gli archeologi documenti da leggere e da interpretare.
Il villaggio di Passo di Corvo
Passo di Corvo è il villaggio neolitico più esteso d’Europa (40 ettari per le abitazioni e 90 per l’uso agricolo). Gli scavi di questo sito neolitico furono condotti a più riprese da Santo Tiné, dal 1965 al 1982. Le caratteristiche innovative del villaggio di Passo di Corvo sono rilevabili nella forma delle capanne: una di queste è absidata, rivolta a nord est, per ostacolare la forza del vento. Le pareti rettangolari della capanna, anche queste innovative, sembrano dividere lo spazio in due settori: uno diurno e uno notturno. La vita degli abitanti di Passo di Corvo è molto attiva. Ogni famiglia provvede a scavare intorno alla propria capanna un fossato semicircolare utilizzato per delineare lo spazio abitativo e contenere gli animali domestici. Eva cura i campi, macina i cereali e prepara gli alimenti, in parte per conservarli.
È l’alba di una splendida giornata di primavera inoltrata. Eva si alza dal giaciglio con sollecitudine. Uscita dalla grande capanna, avverte un senso di benessere. Eva è capace di percepire il godimento trasmesso dal silenzio assoluto del villaggio ancora addormentato. Si reca nello stazzo dove, divisi per settori, trascorrono la notte gli animali domestici.
Si appresta a mungere una mucca; il latte serve ai bambini, ma viene anche utilizzato per preparare alimenti. Accende il focolare perché l’aria è pungente e si solleva il vento. Eva guarda soddisfatta il mare di spighe bionde che tappezzano l’area intorno al villaggio; un mare dorato che il vento fa ondulare e sussurrare. Gli animali, liberati, vanno verso i pascoli. Si destano gli abitanti (sono circa 200). Una parte di loro è imparentata per vicoli di sangue; una parte viene da villaggi vicini. Gli uomini si apprestano a scavare una buca profonda che servirà da grande focolare. Quando è pronta, una catasta di fascine viene buttata dentro e, dopo un adeguato consumo della legna, Eva aiutata dalle altre donne, porta una grande quantità di pesce e di grossi pezzi di carne. Il tutto viene posato su cannicciati affinché venga affumicato e conservato a lungo.
Eva, dopo i lavori domestici, si reca nel suo «atelier » per modellare l’argilla. Strumenti e colori le sono vicini. Seduta sulla stuoia, si appresta al lavoro. I suoi gesti, decisi e sicuri, sono imitati da un gruppo di giovanette che a loro volta prendono fra le mani la creta bagnata e si apprestano a modellarla sotto lo sguardo vigile di Eva. Le bambine più piccole osservano; ben presto anche loro s’impegneranno nella confezione di utensili e di altri oggetti. Sono lì per apprendere. La produzione ceramica è essenziale per la comunità. Per il sostentamento non bastano l’allevamento, l’agricoltura e la pesca.
La ceramica, prodotta e smerciata nelle operazioni di baratto, è fonte di guadagno e, soprattutto, di prestigio. Si confeziona vasellame per l’uso del villaggio, ma anche allo scopo di esportarlo e s’importa vasellame, particolare, da altre culture.
Le teste d’idoli femminili dal volto appena abbozzato, dagli occhi chiusi e dal capo rivolto verso l’alto, poggiano su un mezzo busto. L’atteggiamento di queste statuine è orante e sognante, come se la figura rappresentata fosse in una condizione di estasi mistica. Eva ne ha ultimata una. Intorno al collo, con una stecca, la donna pratica dei fori che imitano i grani di una collana. Sul busto, con la stessa stecca, Eva incide due coppie di triangoli uniti per il vertice, a formare una clessidra.
Non conosciamo il significato e l’uso di tali manufatti a figura femminile. Già in epoca aurignaziana il simbolo del triangolo si diffonde apparendo inciso sia nell’ambito dell’arte parietale, sia nell’ambito dell’arte mobiliare. Il segno del triangolo permane e si afferma nel Neolitico resistendo al tempo. Non possiamo dire con precisione quali fossero i riferimenti reali di tale simbolo. Il lavoro è stato proficuo; un buon numero di scodelle, di bicchieri, di capienti orci per la conservazione di derrate e d’idoli protettivi della casa sono pronti per essere scambiati non solo con gli abitanti dei villaggi vicini, ma anche con quelli di aree ben più lontane.
Eva è attiva anche come filatrice. È probabile che non sia ancora stato adottato il telaio, ma il rinvenimento di fuseruole testimonia come la lana e diverse fibre vegetali vengano filate per confezionare, se non dei veri e propri indumenti, almeno delle stuoie e delle calzature. Eva è vanitosa; ama ornarsi di collane formate da grani di calcare forati o di gusci di conchiglie; porta i capelli composti in trecce doppie che scendono sulle spalle.
Utilizza il linguaggio verbale e quello gestuale per comunicare, sebbene non circoli ancora una lingua comune; sembra che ogni gruppo ne abbia una propria.
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