Sabato 19 Maggio 2012
La rivista gratuita del Gargano
MOHAN e Castel Pagano

MOHAN e Castel Pagano

Scritto da  Cusenza Donato
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La storia di Mohan e Dolcebruna
(per gentile concessione di Claudio Grenzi Editore)
Undici secoli fa in un giorno imprecisato dell’anno 838 dell’era cristiana, un’agguerrita flotta apparve al largo di Siponto. Bruni guerrieri sbarcarono e assalirono e conquistarono…
Da quel momento, sul Gargano, presero a fronteggiarsi, da una parte, longobardi di stirpe germanica e di fede cristiana e, dall’altra, berberi di origine africana e di fede musulmana. Si vennero così a trovare, l’uno contro l’altro, due diversi modi di essere, due diverse mentalità, frutto di lontane tradizioni formatesi, l’una nelle fredde foreste germaniche, l’altra nei torridi deserti arabi.
Il confronto occupò l’intero arco dei secoli IX e X e nella memoria popolare rimase il loro ricordo e su di esso fiorirono innumerevoli leggende come quella, qui riportata, di «Mohan e Castel Pagano», inserita da Giuseppe D’Addetta nelle sue «Leggende dello Sperone», edite nel 1960.

 
Le prime ondulate pendici del Gargano che si affacciano sulla sconfinata pianura, sono dominate da una collina più alta delle altre. Sulla sua vetta sono i ruderi di torrioni.
Pochi e solitari pastori si spingono fin lassù nella speranza di cogliere qualche voce antica e vinsi anch’io un giorno l’asprezza del colle impervio con alcuni amici: ma non scoprimmo nulla. Però, seduti sulle mura dell’antico castello, apparve un vecchio pastore che ci raccontò la storia tramandata dai suoi nonni.
Quel cocuzzolo, dove noi eravamo, si chiamava da molti secoli Castel Pagano, perché un capo saraceno vi aveva costruito la fortezza, ora diroccata, quando gli infedeli erano venuti sulla nostra montagna, profughi dal Garigliano.
I pagani, usi a installarsi sulle alture meno accessibili, tracciarono un sentiero nella fitta macchia e conquistarono l’altura. Uccisero molti serpenti, qualcuno di loro fu morso e morì avvelenato ma alla fine raggiunsero la vetta e vi costruirono una fortezza inespugnabile, a dimora del loro capo.
Mohan era il suo nome ed era alto, bello e valoroso. Mai nessuno era riuscito a batterlo in combattimento. E la sua gente, temeva la sua forza e l’adorava per la sua bontà. I guerrieri accrebbero il loro dominio su tutta la zona e sulle circostanti colline selvagge e inesplorate e ne fecero il loro feudo, sotto la saggia guida del loro giovane signore.
Mohan vagabondava spesso nel suo dominio ricco di caccia, ma la sera le torce che illuminavano le stanze deserte non riuscivano a dar luce alla sua anima. Specialmente da quando i suoi uomini gli avevano detto che, sulla collina di fronte, spesso si affacciava ai veroni del castello che la dominava, una giovane, bella e bionda come il sole; e volevano rapirla per offrirla in dono al loro signore.
Mohan tenne però fermo l’ordine di non disturbare né i vassalli, né i feudatari dei dintorni perché non si ripetessero gli episodi del Garigliano, dove la coalizione dei baroni li aveva costretti ad allontanarsi.
Spesso volgeva lo sguardo oltre la valle che lo divideva dal colle dirimpetto e, nel manto verde che copriva l’altura, si delineava un ovale biondo, con occhi grandi e azzurri e una squarcio rosso, quasi sanguigno, come lo spacco di un melograno.
Un turbamento profondo gli invadeva l’anima e le membra e il desiderio di dolci carezze, di braccia bianche, di oblii senza fine, gli sconvolgeva il cuore che prendeva a battergli forte come se volesse uscirgli dal petto.

Mohan decise di mandare un messo, sulla collina di fronte, per informare la principessa che egli, Mohan, capo dei saraceni di Castel Pagano, voleva renderle omaggio di buon vicinato nel giorno e nell’ora che lei stessa avrebbe fissato.
La piccola corte della principessa fu radunata d’urgenza. Il quesito era grave. La visita di un infedele al castello non era cosa gradita; non si poteva d’altra parte rifiutare di ricevere il principe saraceno senza passare il pericolo di renderselo nemico.
Non fu lunga la discussione perché tutti si trovarono d’accordo nell’ammettere l’evento come una fatalità e il messo fu rimandato con l’incarico di riferire al suo signore che nel terzo giorno successivo a quello, la principessa sarebbe stata onorata di ricevere il valoroso capo saraceno.
Spuntò il terzo giorno e giunse un messo al solitario maniero per annunziare che fra poco il suo signore, il potente Mohan, sarebbe arrivato.
Parve al principe saraceno una visione di sogno quella figura di donna che attendeva ritta, alta, sorridente nella sala del castello.

Uscito dal castello della principessa, l’infedele, per qualche tempo, con gli occhi sperduti nel vuoto, cavalcò lentamente, e briglie abbandonate e curve… Nn si sa poi cosa gli prese. Di scattò tirò le redini, fissò gli speroni nel ventre del cavallo e in una corsa pazza divorò la strada che lo divideva dalla sua rocca. Era tutta bianca di schiuma la povera bestia quando giunse alla fortezza.
Il principe stette diversi giorni chiuso nelle sue stanze. Poi si decise: chiamò il suo più fido ed esperto capitano e gli comandò di recarsi, nella stessa giornata, al castello della principessa e chiederla per sua sposa.
La principessa si era riservata quindici giorni per avere il tempo di pensarci: ma dopo cosa sarebbe successo?
Una principessa cristiana non poteva sposare un infedele. Mohan era nato da cani scomunicati e, anche convertito, nelle sue vene non cessava di scorrere sangue maledetto.
Quel capo saraceno era un infedele, e questo a lei non andava. Ma quegli occhi neri, quel colorito appena scuro della pelle, quei capelli ricci e corvini, quella possenza meravigliosa del corpo, quell’alone di leggenda che si era sparso sulla sua imbattibilità in combattimento, non dispiaceva all’ultimo fiore dell’illustre casata.
Pensa e ripensa, combattuta dal desiderio dell’amore e dal terrore della dannazione eterna, finalmente un’idea la illuminò.
Le due colline su cui troneggiavano i loro castelli, erano piuttosto distanti e un’ampia vallata li divideva.
Lei non voleva scendere a valle e poi risalire il monte per raggiungere la casa dello sposo. Vi erano ancora i serpenti su quel monte e lei, solo a vederne uno, sarebbe morta di paura.
Occorreva congiungere le due colline con un ponte sul quale sarebbe passata con il corteo nuziale. E il ponte doveva essere di cuoio perché su di esso non si annidassero i serpenti. Se il capo saraceno fosse riuscito a costruirlo, ciò avrebbe significato che Iddio permetteva la loro unione e la benediva. In caso contrario avrebbe pensato Iddio a liberarla dall’infedele.

La cosa fu vagliata dall’aulica corte e si sperò che la condizione non sarebbe stata accettata e comunque Mohan non avrebbe avuto ragioni di risentimento perché nessun rifiuto era stato opposto alla sua domanda.

Il principe ascoltò trepidante la risposta della principessa. Aveva detto sì? Sì ma c’era quella condizione del ponte di cuoio. Non importava, non importava! Anche se avesse chiesto la luna Mohan l’avrebbe divelta dal cielo per deporla ai suoi piedi.
Il ponte di cuoio si sarebbe costruito. C’erano tanti capi di bestiame e tutti si sarebbero immolati alla bellissima principessa. E si sarebbero acquistati tutti i capi di bestiame dei dintorni e se ne sarebbero andati a prendere a mille miglia di distanza.
Il capitano si recò di nuovo al castello della principessa per dire che il suo signore accettava la condizione e che le nozze sarebbero state celebrate non appena il desiderato ponte di cuoio fosse stato eretto.

La corte rimase perplessa ma alla giovane tremò il cuore quasi di speranza per l’impresa. Quale altra donna al mondo si sarebbe potuta vantare di una prova d’amore così difficile e costosa? Lei sola: la principessa di un colle garganico.
Ma se Mohan non fosse riuscito a costruire il lungo ponte che desiderava? E allora si sarebbe rivelata la volontà di Dio.
Fedele alla promessa nel desiderio di possedere la donna amata, Mohan, si mise subito all’opera.
Cominciò con l’ordinare in tutto il feudo che chiunque possedeva animali bovini ed equini era obbligato di menarli al castello entro cinque giorni. E allo scadere del termine tutta la collina sciamava di quadrupedi mentre le casse del capo saraceno si esaurivano rapidamente. In pochi giorni gli animali furono mattati.
Fu eretta, nei pressi, ma non ne è rimasta traccia, una capace conceria che iniziò subito il lavoro con ansiosa celerità.
Ma quale non fu la delusione del principe quando si accorse che il cuoio ricavato non bastava a coprire neanche un terzo della distanza che intercedeva tra i due castelli! E per il resto come si sarebbe provveduto?
Intanto nel feudo cominciava la carestia: anche fra i soldati il malcontento serpeggiava perché la mensa si era ridotta e tutto sembrava andare alla deriva. E si era diffusa la voce che Mohan era impazzito.
Mohan era sì pazzo, ma pazzo d’amore e di desiderio.
E quando fu certo che nella terra di Castelpagano non vi erano più che vili pecore, cominciò l’incetta nei feudi confinanti dove intanto i prezzi erano saliti fantasticamente.
La conceria lavorava in pieno: le balle di cuoio si accumulavano rendendo pestifera l’aria intorno e le casse del povero principe s’erano completamente svuotate. Ogni giorno qualche soldato disertava. E già si parlava nelle corti del Gargano della sua pazzia per la vana impresa di voler costruire un ponte di cuoio, sul quale far passare la sua sposa.
All’alba di non so quale giorno Mohan chiamò, inutilmente, il suo scudiero. Girò per il castello e gridò a perdifiato ma non vide nessuno. Il cuoio era stato asportato dai suoi soldati che avevano disertato in massa e non vi era più neanche il suo cavallo: dovunque era disordine e squallore.
A lenti passi, con la testa china, Mohan ritornò sulla spianata del colle, in vista del castello della principessa, che ormai non avrebbe mai più avuta, e pianse, pianse fin quando non venne la notte. Salì sulla torre dov’era il suo giaciglio e su questo si lasciò morire di fame nella visione continua del suo amore perduto.
I serpenti invasero di nuovo la collina e si annidarono nel maniero degli infedeli. Il castello della bionda feudataria non è più ma tutti dicono che le ombre bianche di Mohan e della principessa vegliano sull’alto delle torri.

Giuseppe D'Addetta

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