Jano
Jano (5)
Impagabili sono certi tramonti che scorgi tra la boscaglia fitta del Gargano dove tra i rami s’impiglia il biancheggiar della recente luna e non v’è romanticismo che tenga, ma tutto è vera realtà. Così, come al solito tra qualche polemica, parte la stagione della caccia.
a cura di Pasquina Sacco

I nostri piatti non sono solo la soddisfazione di un bisogno; contengono la nostra storia, la nostra intelligenza, i desideri, le ambizioni, le emozioni, i tentativi disperati per la sopravvivenza.

Seduti a tavola si può scoprire un popolo pi ù che da un libro di storia.
Fino alla metà del ‘900, la fava, soprattutto essiccata, ha occupato un ruolo centrale nell’alimentazione popolare garganica. Dal prezzo accessibile e facile da reperire, rappresentava l’unico sostentamento per gli indigenti che non riuscivano a saziarsi di pane. Si cucinava nei modi più vari: con verdura selvatica
o coltivata, con cipolle, patate, zucca, pasta casereccia, a purea, a pancotto, a «pùjine», abbrustolite, fritte e «crètte». Il solo accennare alla fava garganica riporta a Carpino la cui fava, piccola, tenera e amorevole è stata da sempre prodotto di punta nell’economia del paese; famosa in tutto il circondario per le sue qualità. Nei tempi andati, era un bel vedere di compratori di fave che animavano le strade del paese; alcuni arrivavano dalle province limitrofe. Deliziosa era, ed è, la fava coltivata nella così detta «Piana di Carpino» grazie al microclima e ai terreni argillosi, ricchi di calcio. Oggi Presidio Slow Food.

(per gentile concessione di Claudio Grenzi Editore)

Da quel momento, sul Gargano, presero a fronteggiarsi, da una parte, longobardi di stirpe germanica e di fede cristiana e, dall’altra, berberi di origine africana e di fede musulmana. Si vennero così a trovare, l’uno contro l’altro, due diversi modi di essere, due diverse mentalità, frutto di lontane tradizioni formatesi, l’una nelle fredde foreste germaniche, l’altra nei torridi deserti arabi.
Il confronto occupò l’intero arco dei secoli IX e X e nella memoria popolare rimase il loro ricordo e su di esso fiorirono innumerevoli leggende come quella, qui riportata, di «Mohan e Castel Pagano», inserita da Giuseppe D’Addetta nelle sue «Leggende dello Sperone», edite nel 1960.


