Giovedì 23 Febbraio 2012
La rivista gratuita del Gargano
Jano

Jano

Jano

Jano (5)

Da dove nasce questa passione ...che sopravvive in ogni tempo?
a cura di Matteo Coco
 
Impagabili sono certi tramonti che scorgi tra la boscaglia fitta del Gargano dove tra i rami s’impiglia il biancheggiar della recente luna e non v’è romanticismo che tenga, ma tutto è vera realtà. Così, come al solito tra qualche polemica, parte la stagione della caccia.
Il cinghiale o il maiale nero è la preda più ambita, ma anche le beccacce e le tante altre specie di volatili che allignano nei nostri boschi sono buoni per un ultimo boccone di pranzo «reale» che si concretizza nei cosiddetti «banchetti di chiusura». L’atmosfera è serena e festosa. I cacciatori, quelli veri (non quelli di frodo o bracconieri) amano la «natura» e il mondo animale più di tanti altri che si definiscono contrari alla loro «legale» attività.

a cura di Pasquina Sacco

I nostri piatti non sono solo la soddisfazione di un bisogno; contengono la nostra storia, la nostra intelligenza, i desideri, le ambizioni, le emozioni, i tentativi disperati per la sopravvivenza.

Seduti a tavola si può scoprire un popolo pi ù che da un libro di storia.

Fino alla metà del ‘900, la fava, soprattutto essiccata, ha occupato un ruolo centrale nell’alimentazione popolare garganica. Dal prezzo accessibile e facile da reperire, rappresentava l’unico sostentamento per gli indigenti che non riuscivano a saziarsi di pane. Si cucinava nei modi più vari: con verdura selvatica

o coltivata, con cipolle, patate, zucca, pasta casereccia, a purea, a pancotto, a «pùjine», abbrustolite, fritte e «crètte». Il solo accennare alla fava garganica riporta a Carpino la cui fava, piccola, tenera e amorevole è stata da sempre prodotto di punta nell’economia del paese; famosa in tutto il circondario per le sue qualità. Nei tempi andati, era un bel vedere di compratori di fave che animavano le strade del paese; alcuni arrivavano dalle province limitrofe. Deliziosa era, ed è, la fava coltivata nella così detta «Piana di Carpino» grazie al microclima e ai terreni argillosi, ricchi di calcio. Oggi Presidio Slow Food.

a cura di Maria Antonia Ferrante
EVA: progenitrice di tutte le donne
 
Il Tavoliere e il Gargano sono stati intensamente occupati, a partire dalla fine del VII millennio a.C. La struttura di queste zone, alcune pianeggianti, altre in prossimità del mare, l’abbondante quantità di acqua dovuta ad aree paludose e alla presenza di fiumi, la temperatura caldo-umida e la quantità di terreni boschivi, hanno incrementato lo stanziamento in villaggi più o meno estesi. Alla fine della seconda guerra mondiale, un ufficiale dell’aviazione britannica (J.S.O. Bradford), osserva dalle foto, da lui scattate a scopo militare, delle macchie particolari. Il controllo permette di individuare la presenza di villaggi: forse più di un migliaio. La scoperta del militare inglese intensifica i lavori di scavo, già da tempo avviati, a opera di insigni archeologi. In tempi più recenti, le successive campagne di scavo si devono a Salvatore Puglisi, Santo Tiné, Alessandra Manfredini, Selene Cassano, Alberto Cazzella e Maurizio Moscoloni.
La storia di Mohan e Dolcebruna
(per gentile concessione di Claudio Grenzi Editore)
Undici secoli fa in un giorno imprecisato dell’anno 838 dell’era cristiana, un’agguerrita flotta apparve al largo di Siponto. Bruni guerrieri sbarcarono e assalirono e conquistarono…
Da quel momento, sul Gargano, presero a fronteggiarsi, da una parte, longobardi di stirpe germanica e di fede cristiana e, dall’altra, berberi di origine africana e di fede musulmana. Si vennero così a trovare, l’uno contro l’altro, due diversi modi di essere, due diverse mentalità, frutto di lontane tradizioni formatesi, l’una nelle fredde foreste germaniche, l’altra nei torridi deserti arabi.
Il confronto occupò l’intero arco dei secoli IX e X e nella memoria popolare rimase il loro ricordo e su di esso fiorirono innumerevoli leggende come quella, qui riportata, di «Mohan e Castel Pagano», inserita da Giuseppe D’Addetta nelle sue «Leggende dello Sperone», edite nel 1960.

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